Elaborare i lutti della propria vita

Elaborare i lutti della propria vita

Elaborare i lutti della propria vita

Tutto quello che nella vita implica una separazione, rappresenta un lutto da rispettare ed elaborare. Troppo spesso, però, poco coscienti di questa verità, appesantiamo il nostro presente con zavorre interiori in attesa di trovare pace.

Elaborare i lutti della propria vita

Per chi si dedica ad approfondire la conoscenza del regno animale non umano è ormai noto che tra gli Elefanti, ma non solo (sono stati registrati casi anche tra scimpanzé, delfini, giraffe, gatti, oche…), è presente il fenomeno del lutto e del rituale legato alla morte. Gli Elefanti, infatti, quando muore un componente del loro branco, organizzano una vera e propria veglia funebre con momenti di struggimento, carezze al defunto con la proboscide, giorni interi senza toccare cibo. A volte lo ricoprono persino con la terra, l’erba e i rami, proprio come se fosse una sepoltura, e nei mesi successivi non è inusuale che facciano ritorno al luogo del decesso e ispezionino le sue ossa, come se volessero tributare un minuto di silenzio al loro compagno che non c’è più (il che ricorda tanto le nostre visite al cimitero…).

Triste esempio di questa propensione degli Elefanti è la storia di Lola, un elefantina dello zoo di Monaco di Baviera, morta a causa di problemi cardiaci congeniti nel 2012. La mamma, una grande elefantessa indiana di 22 anni di nome Panang, ignara dell’accaduto, considerava Lola semplicemente scomparsa e il dolore di non riuscire più a trovarla la stava facendo ammalare. I guardiani dello zoo, allora, nel tentativo di farle comprendere cosa era realmente successo, hanno deciso di ridarle il corpo della piccola.

A questo punto Panang, compresa la dolorosa verità, ha iniziato ad annusare con la proboscide il corpo di Lola e poi, uno ad uno, anche gli altri Elefanti del suo gruppo hanno compiuto lo stesso rituale circondando poi Panang per offrirle sostegno e consolazione.

Nel libro Ritorno in Africa (Ed. Mondadori), la studiosa di Elefanti Joyce Poole, descrivendo la veglia funebre di una mamma Elefante a cui aveva assistito, scrive: “Osservando la sua veglia funebre, per la prima volta ebbi l’impressione fortissima che gli elefanti conoscevano il lutto. Non potrò mai dimenticare l’espressione del viso, degli occhi, della bocca, il portamento delle orecchie, della testa, del corpo. Ogni parte esprimeva dolore”.

Mi sono sempre piaciuti gli Elefanti. Sarà che inconsciamente forse li associo alla tenerezza di Dumbo, ma a vederli, anche se enormi, mi hanno sempre dato l’impressione di animali dolci, mansueti e delicati. Quando ho letto di questa loro propensione a manifestare apertamente il lutto, mi sono chiesta quanti sono i piccoli lutti che ci portiamo dietro nella nostra esistenza.

Infatti, anche se siamo soliti associare alla parola “lutto” la morte di una persona cara, in realtà rappresenta una forma di lutto qualsiasi esperienza che implica una separazione, una perdita o un distacco: un licenziamento, un divorzio, una malattia, un progetto mai completato, un’amicizia bruscamente interrotta, un trasloco, un figlio che se ne va di casa, tanto per citare alcuni esempi. Ma lo può essere anche la perdita, o il furto, di oggetti che, se pur di poco valore dal punto di vista commerciale, hanno per noi un grandissimo valore affettivo: gli orecchini di finte perle che ci ha lasciato la nonna, la prima lettera d’amore che abbiamo ricevuto, l’orsacchiotto che adoravamo da bambini, il video dei prima passi di nostro figlio, le fotografie di un’indimenticabile vacanza estiva, la pipa di nostro padre ecc.

Queste sono tutte forme di lutto che però, in genere non considerate come tali, rimangono spesso sospese dentro di noi come in una sorta di limbo in attesa di essere pienamente digerite e metabolizzate. Ed è chiaro che, anche se non pienamente coscienti di questo fatto, questi lutti non elaboratoti lavorano al nostro interno dando vita a “nodi emotivi” che, attraverso disagi e malesseri più o meno grandi, fanno sentire la loro presenza.

È sottinteso, ovviamente, che non tutti i lutti sono uguali. Il dispiacere legato al furto della propria auto, ad esempio, non è assolutamente paragonabile all’intensa sofferenza causata dalla morte di un familiare, da un aborto non voluto o dalla distruzione della propria casa.

Ma il concetto che a me interessava sottolineare in questo articolo riguarda proprio la concezione ristretta del concetto di lutto che, erroneamente, tendiamo ad associare soltanto alla morte fisica.

“Normalmente – scrive lo psichiatra e psicoterapeuta Paolo Baiocchi – quando parliamo di lutto pensiamo ad una situazione nella quale muore qualcuno a cui siamo affezionati. Ovviamente il prototipo del lutto riguarda proprio la scomparsa per morte di una persona amata. […] Ma nell’essere umano la sensazione di perdita si collega non solo a questo frangente, ma a moltissime altre situazioni che raramente sono lette con efficacia dalla coscienza”.

Prendiamo l’esempio del figlio che ne va di casa. Si tratta di un fatto normale della vita che, prima o poi, quasi ogni genitore deve affrontare. Ma, credo sia perfettamente umano provare del dispiacere nel vedere una persona amata con cui abbiamo vissuto per molti anni andare a proseguire la propria esistenza altrove.

E allora, perché non esprimere questo dispiacere? Quanti genitori si trattengono dal farlo, soffrendo poi in silenzio, per paura di essere considerati dei sciocchi sentimentali, dei genitori antiquati o delle persone che vogliono continuare ad esercitare un controllo sul figlio? Perché non concedere a questo piccolo lutto uno spazio ed un tempo per essere “celebrato”?

Abbiamo dato forma ad una società in cui la manifestazione aperta del dolore suscita, il più delle volte, sguardi attoniti, silenzi imbarazzanti o commenti del tutto fuori luogo. Non è così nelle società tradizionali in cui, da sempre, le celebrazioni rituali hanno rappresentato un potente mezzo di espressione della propria sofferenza attraverso modalità differenti: la danza, il canto, l’abbigliamento, la teatralizzazione ecc.

Pensiamo invece, ad esempio, a come ci comportiamo noi di fronte al pianto di una persona adulta. In genere, fortemente a disagio e in imbarazzo perché non sappiamo come gestire il momento, pronunciamo frasi di questo tipo: “Dai non piangere, perché nel vederti così mi fai stare male”, “Non piangere, cosa potrebbe pensare qualcuno che ti vede”, “Su, forza, non serve piangere per così poco”, “Se smetti di piangere, faccio questa cosa per te” ecc.

Ma in questo modo, oltre a suscitare nella persona sofferente un ingiusto senso di colpa che la spinge a trattenersi dall’espressione di quanto provato, si dimentica che le lacrime, oltre ad avere una funzione prettamente fisiologica – permettono, infatti, all’occhio di pulirsi – rappresentano una splendida valvola di sfogo emotivo di cui la Natura ci ha dotato. Si piange non solo per tristezza, ma anche per gioia. Si piange quando ci si sente così ricolmi di un’emozione da non trovare le parole per esprimerla e, allora, ci si esprime attraverso le lacrime.

“Non tutte le lacrime sono figlie della depressione. – scrive lo psichiatra e rabbino Abraham J. Twerski in Su con la vita Charlie Brown! (Ed. Mondadori) – Piangere può essere uno sfogo emotivo salutare che non dovrebbe essere represso”.

E cosa dire delle parole che spesso pronunciamo nel fare le condoglianze a qualcuno: “Adesso è in un posto migliore”, “Almeno ha vissuto una vita lunga”, “Era talmente buono che Dio l’ha voluto accanto a sé”, “È la volontà del Signore”, “Il suo compito terreno era terminato ed era giunto il suo momento di andare”, “Sii forte”, “So come ti senti”, “Lui/lei non vorrebbe vederti piangere”, “Il tempo guarisce ogni ferita” ecc.

Anche se in genere involontariamente, tendiamo troppo spesso a sminuire il dolore altrui esprimendo opinioni personali come se questo fosse quello che il nostro interlocutore ha bisogno di sentirsi dire. Anche se espresse per essere di aiuto in un momento di dolore o di difficoltà, il modo in cui lo facciamo e le parole che scegliamo hanno il più delle volte l’effetto opposto. Così, invece di rincuorare, andiamo ad incrementare il senso di rabbia e di frustrazione che la persona in lutto sta provando.

È importante avere chiaro che, per quanto capaci di metterci in relazione empatica con un nostro simile, nessuno di noi può davvero pensare di sapere esattamente come si sente una persona mentre sta soffrendo e, questo, per il semplice fatto che non siamo lei, che con quello che questa persona ha perso non avevamo lo stesso rapporto, perché il nostro mondo emotivo non è quello dell’altro, perché non abbiamo vissuto la stessa identica esperienza, e molti altri motivi ancora. Il lutto rappresenta l’espressione esterna di un dolore provato all’interno che, pertanto, nessuno da fuori può “vedere” né, tantomeno, permettersi di giudicare.

Più che le parole, nei momenti di sofferenza o di difficoltà altrui, conta la presenza, il fare sentire che ci siamo e che, anche se non possiamo capire fino in fondo il dolore dell’altro, siamo a sua completa disposizione. Contano gli abbracci, i silenzi rispettosi, la condivisione delle lacrime, l’accoglienza non giudicante di comportamenti “bizzarri”, la condivisione di ricordi, la concessione di momenti di solitudine.

Invece, pur di non passare per dei pazzi, per degli adulti infantili o per paura di dare fastidio, in molte situazioni cerchiamo di sopprimere il nostro dolore e di andare avanti con la nostra normale routine senza capire che, in realtà, il dolore è una normale risposta alla perdita. Rappresenta la sofferenza emotiva che sperimentiamo quando qualcuno o qualcosa a cui tenevamo molto ci viene tolto o si allontana da noi. Naturalmente, più significativa è la perdita, più intenso è il dolore provato.

Trovo poi interessante notare che, dal punto di vista simbolico, uno dei concetti a cui richiama l’Elefante è proprio quello della guarigione della propria storia personale (In generale, come Animale Totem, l’Elefante richiama al radicamento profondo alla terra, l’unico in grado di farci espandere dal punto di vista spirituale senza rischiare pericolose “derive psicologiche”. Ci aiuta, inoltre, ad ascoltare con maggior profondità, sia noi stessi che gli altri, a prenderci cura dei nostri familiari, ad onorare il nostro Femminile e a stabilire un forte contatto con la Natura).

Animali molto intelligenti ed empatici (proprio come noi esseri umani, infatti, gli Elefanti esibiscono nei confronti della morte una risposta generalizzata, ossia non si addolorano solo per la perdita dei parenti stretti ma anche per quella di individui appartenenti ad altre famiglie) gli Elefanti ci insegnano l’importanza di rivendicare il diritto all’elaborazione dei nostri lutti e all’espressione aperta del nostro dolore, piccolo o grande che sia. Ovviamente non esiste un modo giusto o sbagliato di esprimere un proprio lutto né, tantomeno, una sequenza prestabilita di passaggi per lo svolgimento del proprio processo di elaborazione (per approfondire le fasi di elaborazione del lutto clicca QUI).

Quello che è indubbio è che prima impariamo a sperimentare a pieno le nostre perdite, di qualunque tipo siano, e prima può avere inizio il nostro processo di guarigione.

L’Angolo dello Psicogiardinaggio

Prenditi un po’ di tempo per riflettere sul concetto di lutto e cerca di fare mente locale sui piccoli lutti che hai sperimentato nella tua vita. Parlo di “piccoli lutti” perché, tengo a precisarlo, la riflessione che ti invito a fare in riferimento a questo articolo non riguarda tanto i lutti associati alle forme più intense di dolore come, ad esempio, la morte di un familiare. Si tratta infatti, in questo caso, di lutti molto profondi che per essere elaborati richiedono molto tempo e, in alcuni casi, anche un aiuto professionale.

Ripensa, piuttosto, ad eventi ed episodi di separazione di minor entità che ti hanno fatto sentire triste, arrabbiato, spaventato o confuso: un progetto a cui tenevi molto e che non ha mai visto la luce, il trasloco in una città che non ti piace, un oggetto a cui eri legato che non trovi più, un’amicizia finita in malo modo senza sapere bene perché ecc. Prova a ricordare come hai affrontato questi lutti (e, soprattutto, se li hai considerati tali) e a sentire se la loro elaborazione è davvero completa. Poi, quando ti senti pronto, prova a chiederti:

  • Quando sperimento una qualche forma di lutto nella mia vita, come mi comporto di solito?
  • Quando è stata l’ultima volta che ho espresso con le lacrime il dolore per un mio lutto?
  • Quando sento la necessità di piangere, cerco di trattenermi o permetto alle lacrime di fluire liberamente?
  • Come mi sento e come mi comporto di fronte al pianto di qualcun altro?
  • Quale perdita è stata per me fonte di sofferenza?
  • Cosa ho provato, esattamente, dopo questa perdita?
  • Mi sono concesso la possibilità di esprimere apertamente quello che provavo?
  • Ho concesso al mio lutto uno spazio e un tempo per essere celebrato?
  • Se sì, cosa ho imparato da questa esperienza?
  • Se no, chi o cosa me lo ha impedito?
  • Come posso, adesso, esprimere il mio dolore attraverso le parole, le immagini o il movimento?
  • Come posso dare degna “sepoltura” al mio dispiacere?
  • Chi o cosa può permettermi di esprimere liberamente e senza alcun giudizio il mio dolore?
  • Mentre elaboro la mia perdita, come posso prendermi cura di me stesso?

NOTA BIBLIOGRAFICA. Per scrivere questo testo e l’appendice ad esso associata ho preso qualche spunto dai seguenti articoli:

Se vuoi approfondire la conoscenza sugli Elefanti puoi visitare il sito di Elephant Voices, un progetto fondato nel 2002 da Joyce Poole con il collega e marito Petter Granli per favorire la tutela e il benessere di questi splendidi animali. Il link al sito è www.elephantvoices.org

Elaborare i lutti della propria vita ultima modifica: 2016-03-07T18:30:03+00:00 da pameladalisa