Concedersi il giusto riposo

Concedersi il giusto riposo

Concedersi il giusto riposo

In una società sempre intenta a produrre ci siamo abituati a considerare i momenti di riposo come una perdita di tempo prezioso mancando di capire, tuttavia, che ogni atto creativo necessita di una fase di fertile quiete.

Concedersi il giusto riposo

Chi si occupa di agricoltura, o meglio chi si occupa con saggezza di agricoltura, sa che la ciclica rotazione colturale, soprattutto nelle zone a clima arido, è di estrema importanza per mantenere vitale e produttivo un terreno. La rotazione, infatti, riducendo la possibilità di parassiti e migliorando l’utilizzo delle sostanze nutritive, evita che il terreno si impoverisca.

Oltre alla rotazione intesa come la coltivazione alternata di diversi prodotti ortofrutticoli, un’altra pratica è quella di porre un terreno a maggese. Con questo appellativo, “maggese”, ci si riferisce a quel terreno o a quella parte di campo lasciato per una anno incolto o a pascolo. Si tratta, dunque, di un periodo di riposo del terreno che viene soltanto lavorato, a cadenza periodica, per tenerlo ben areato e libero da erbe infestanti.

Ovviamente questa pratica non è motivata dalla pigrizia ma dal fatto che, per esperienza, l’agricoltore sa che durante la coltivazione, oltre all’acqua, le piante assorbono dal terreno anche i suoi sali minerali. Per permettergli quindi di rimineralizzarsi e migliorare la propria struttura, gli concede allora un’intera annata di riposo. Insistere nel coltivarlo ad oltranza, infatti, darebbe come unico risultato il suo inaridimento che, di conseguenza, lo trasformerebbe in una superficie su cui più nulla potrebbe mettere radici. Altro elemento da non trascurare, poi, è che dato che ad ogni tipo di pianta si associano solitamente specifici elementi patogeni, come ad esempio funghi o batteri, ponendo il terreno a maggese o effettuando la rotazione colturale si riduce di molto la possibilità che questi fastidiosi intrusi riescano ad attaccare e a proliferare nel terreno.

Assuefatti come siamo al mito della produttività costante, fermarsi un attimo a riflettere su questa pratica agricola può insegnarci molto rispetto alla nostra necessità di rallentare i ritmi per ricaricarci e riposare. Proprio come un terreno coltivato senza sosta, infatti, anche le nostre giornate, se orfane di momenti di riposo e di raccoglimento, rischiano di insterilirsi e di impedire lo sviluppo di qualsiasi cosa desideriamo veder crescere nella nostra vita.

Prova ad osservare il regno vegetale. Arrivato il mese di Dicembre, quasi tutte le piante vanno in riposo vegetativo. Ma, nonostante da fuori tutto possa sembrare immobile, in realtà al di sotto del terreno hanno luogo dei dinamici processi biologici il cui scopo è preparare le piante alla prossima rinascita primaverile. Come esseri umani dovremmo tenerci caro questo insegnamento. Soprattutto, dovremmo cominciare a comprendere che la dormienza, lungi dall’essere un inutile perdita di tempo, non è altro che l’altra faccia della crescita. L’una non può esistere senza l’altra.

“La vita e la morte, il buio e la luce, il caldo e il freddo, la dormienza e la crescita, – scrive Judith Handelsman – possono tutti esistere, ciascuno nel proprio naturale continuum, e noi possiamo essere più ricchi per questo. C’è abbastanza sofferenza dentro ognuno di noi sulla terra che non ci serve crearne altra respingendo l’altro lato di qualunque cosa. Stare in conflitto con metà della realtà rappresenta per noi una sofferenza perché rimaniamo aggrappati al desiderio di essere diversamente”.

Purtroppo, però, nella nostra società iperattiva, i tempi di inattività e di profondo riposo non vengono né favoriti né visti di buon occhio. Di chi non sta producendo si dice che sta “cazzeggiando”. Il non fare, quindi, viene considerato un oziare vergognoso e una perdita di tempo prezioso. Così ci siamo abituati all’idea che il fare sia molto più importante dell’essere. E allora ci sovraccarichiamo di impegni, corriamo freneticamente da una parte all’altra e, senza sosta, continuiamo in questo modo fino a quando non crolliamo del tutto. Abbiamo perso insomma il valore del non fare, la possibilità di stare semplicemente con noi stessi nella quiete e nella riflessione.

Il problema, ed è questo che dobbiamo capire, è che in verità non possiamo essere realmente attivi se prima non ci siamo concessi un periodo di quiescenza. Passare tutto il nostro tempo a fare e a produrre ci stressa, esaurisce le nostre forze, sia fisiche che psicologiche, e ci impedisce di realizzare pienamente la nostra creatività. Erroneamente pensiamo che rallentare equivalga ad una sconfitta senza renderci conto che, in verità, non essere attivi non significa necessariamente non fare nulla. Il riposo, infatti, è una scelta attiva, rappresenta l’altra faccia dell’azione.

Prima di poter creare, dobbiamo concederci del tempo affinché le parti più profonde della nostra Psiche possano compiere quel vitale lavoro interiore necessario per poterci esprimere in modo realmente unico ed autentico. In ogni impresa creativa, il tempo della germinazione, quel tempo che permette di mettere ordine tra pensieri, intuizioni, impressioni e idee, è di vitale importanza per la buona riuscita della nostra opera.

Anche le altre specie animali, arrivato l’Inverno, vanno in letargo e lo fanno istintivamente perché sanno che questo è l’unico periodo in cui i loro organismi potranno sanarsi e rinvigorirsi. Noi animali umani, invece, condizionati dalla nostra cultura ad alta velocità, ci sentiamo in colpa anche solo se passiamo mezza giornata senza fare nulla di particolare.

La causa di questa tendenza va probabilmente ricercata nell’inconscio timore che abbiamo nei confronti del silenzio che, quando autentico, non lascia via di scampo costringendoci a confrontarci con qualcuno di cui da tempo abbiamo perso le tracce: noi stessi. Ecco allora che, più che opportunità di ricarica energetica, concepiamo i momenti di silenzio e di tranquillità come un’assordante mancanza. Ma, in realtà, per poter entrare in contatto con la nostra intimità più profonda, il silenzio rappresenta uno degli ingredienti fondamentali. Immersi nella confusione e nel frastuono, infatti, diventa estremamente difficile riuscire ad ascoltarsi e a cogliere quei micro segnali che il nostro interno ci invia.

“Il bisogno di stare con noi stessi – scrive lo psicologo Martin Gibass – è di carattere fisiologico nella nostra psiche ed è frustrato dalla mancanza di silenzio, quindi bisogna assolutamente trovare un “vuoto di tempo” per tutti noi, ogni giorno, liberandoci da rumori, discorsi inutili, distrazioni fasulle. Il rumore non è solo una questione di udito, ma è anche una forma di dispersione di se stessi, quindi non va più inteso come riempitivo per la paura di stare soli: bisogna, anzi, cercare di “stare soli” e vivere il silenzio non come solitudine, ma come condizione indispensabile per il nostro equilibrio, sia fisico che emotivo”.

È necessario allora, anzi è assolutamente vitale, ritagliarci degli spazi e dei tempi solo nostri, in cui riposare, riflettere, ascoltarci e raccoglierci vivendo il silenzio, la quiete e la non azione come un toccasana per il nostro benessere psicofisico. Renderci sempre disponibili per tutti ed essere sempre produttivi non ci rende affatto delle persone migliori. Proprio come un fiore che, giunta la sera, si chiude in se stesso, anche noi abbiamo il diritto ogni tanto di isolarci dal mondo esterno e di focalizzarci unicamente su noi stessi e la nostra interiorità. Solo così potremo poi essere nel mondo con proficua e partecipe consapevolezza.

L’Angolo dello Psicogiardinaggio

Ritagliati un po’ di tempo per stare solo con te stesso e rifletti sul ruolo che nella tua vita hanno i momenti di riposo e di silenzio. Individua i ritmi secondo i quali è scandita la tua giornata e quali credenze hai in merito al “non fare”. Quando ti senti pronto poi, prova a porti queste domande:

  • In generale, che opinione ho sull’oziare?
  • Ogni tanto, mi concedo dei momenti di riposo?
  • Se no, o non quanto vorrei, per quale motivo?
  • Cosa mi impedisce di rallentare i miei ritmi?
  • Ritagliarmi del tempo per me mi fa sentire in colpa o a disagio?
  • Se sì, verso chi o cosa è diretto questo sentire?
  • Questi sentimenti sono realmente giustificati?
  • Se no, cosa posso fare per concedermi più riposo?
  • Che rapporto ho con il silenzio?
  • So ascoltare il mio mondo interiore?
  • Se no, da cosa mi lascio distrarre?
  • Come posso predispormi all’ascolto?
  • Riesco a stare solo con me stesso immerso nel silenzio?
  • Se no, cosa non mi piace di questa atmosfera?
  • Quali aspetti di me e della mia vita mi costringe a guardare?
  • Cosa significherebbe per me affrontare questi aspetti?
  • Affrontarli significherebbe un salto di qualità per la mia vita?
  • Se sì, da cosa posso cominciare?

Prendi in considerazione la possibilità di ritagliarti un po’ di tempo, nell’arco della giornata (auspicabile) o secondo la tempistica che ti è più congeniale, per stare in silenzio in compagnia di te stesso. Non devi fare nulla di particolare, soltanto rimanere in ascolto e permettere al tuo corpo di rilassarsi. Per farlo puoi trovarti un angolino tranquillo in casa o scegliere un posto in mezzo al verde. In questi momenti spegni la mente e lascia andare qualsiasi preoccupazione per la relazione da finire, la biancheria da stirare, le pagine da studiare, la cucina da pulire… sii semplicemente presente a te stesso e attento a tutto ciò che si muove dentro di te. In questi momenti tieni sempre carta e penna a portata di mano per segnarti tutte le impressioni e i messaggi che ti arrivano.

NOTA BIBLIOGRAFICA. Alcune parti di questo scritto le ho liberamente tradotte dall’articolo Dormancy: the other face of growth di Judith Handelsman (http://here-and-now.org)

Concedersi il giusto riposo ultima modifica: 2016-03-07T18:26:08+00:00 da pameladalisa